Sono i premi Oscar Oliver Stone e Roman Polanski (con signora) i protagonisti annunciati dell’apertura del 26° Torino Film Festival, che si terrà questa sera per la prima volta nella sala più grande e rinomata della città, il Teatro Regio. Dopo i saluti di rito verrà proiettato l’attesissimo W. che Stone ha dedicato al Presidente degli Stati Uniti ancora in carica, e che dopo il diniego della Festa di Roma è ancora in cerca di una distribuzione italiana. Il regista americano è sbarcato ieri sera all’aereoporto di Caselle in jeans, maglietta e occhiali scuri, incontrerà i giornalisti domattina, e domani sera lascerà Torino per essere ospite di Fabio Fazio e del programma “Che tempo che fa” trasmesso da Raitre. Stesso salotto televisivo, ma domenica sera, per Roman Polanski al quale il festival torinese rende omaggio con una retrospettiva completa, e che incontrerà pubblico e accreditati domani pomeriggio alle 15.00 per un incontro/intervista con Nanni Moretti che si annuncia come uno dei momenti più intensi del festival di quest’anno. Non mancheremo di tenervi informati.
Il programma del Torino Film Festival 2008
Primi anni novanta. L’escalation criminale della Sacra Corona Unita in Puglia è devastante. Le cosche si contendono il territorio e portano avanti una guerra di mafia sanguinaria. Carmine Za’ gestice i suoi affari dal Montenegro, delegando il controllo della sua zona a un boss donna: Lucia. Quest’ultima porterà avanti il suo lavoro con la dovuta ferocia fino a quando l’altro boss Barabba non tenterà di conquistare, riuscendoci, il suo territorio. Dopo una strage dalla quale esce viva, Lucia non trova altro di meglio da fare che rifugiarsi da Ignazio, suo amico di infanzia, ora magistrato antimafia.
Recensione
Non c’è operazione più pericolosa a livello cinematografico se non quella di intrecciare melodramma e mafia. Non tutti sono Coppola, non tutti hanno una dimensione autoriale così solida come quella del regista italo americano. Il pericolo più grande è quello di confondere le acque, di raccontare storie che non rispecchiano la realtà di luoghi devastati da un fenomeno che non guarda in faccia a nessuno, tanto meno all’amore e ai sentimenti. Galantuomini, l’ultima prova di Edoardo Winspeare presentata nella sezione Anteprima/Première del Festival di Roma, è in tal senso un’opera emblematica che si colloca, nel panorama filmico italiano, sul fronte opposto rispetto a quello idealmente occupato da Matteo Garrone. Gomorra, infatti, è aspro, tagliente, rigoroso, secco e duro, quanto Galantuomini è confuso, melodrammatico e prevedibile. Un abisso divide i due film. Nulla da obiettare sulla regia di Winspeare, dotato di autentico talento visuale, ma Galantuomini possiede una dimensione concettuale che è molto difficile poter accettare (a livello critico).

Kim torna a casa, dopo un periodo di riabilitazione, in occasione del matrimonio della sorella. Durante il week end precedente alla nozze, in una casa piena di gente, la ragazza si trova ad affrontare crisi e conflitti con il resto della famiglia.
Recensione
I matrimoni, così come i funerali, sono sempre ghiotte occasioni per i registi che amano raccontare storie di famiglia e di conflitti. Anche Rachel Getting Married parte da qui, dall’occasione di riunire insieme un gruppo di persone per farle incontrare e scontrare nel corso di un lungo week end pre-matrimoniale. Jonathan Demme sceglie la camera a mano per dare l’idea, come ha dichiarato, di “realizzare un filmino casalingo”, ci porta quindi dentro questa casa, dentro questa famiglia come se fossimo degli invitati, per offrire al nostro sguardo la possibilità di conoscere i nostri ospiti, mangiare e bere con loro, divertirci e soffrire. Kim, dopo la riabilitazione, torna dai suoi ancora segnata dal dolore, ansiosa di riappropriarsi di un amore che sente le sia stato sottratto e istericamente alla ricerca di attenzione. Per tutto il tempo provoca, stuzzica, irrita… Funge da guastatore per spezzare l’incanto dell’atmosfera di nozze, aggredisce ed è aggredita. La camera di Demme fruga nelle stanze, si siede a tavola, cattura i volti di tutti e ne coglie l’espressione di speranza e di disperazione, tuttavia resta alla superficie di quella solitudine interiore che pare affliggere, in un modo o nell’altro, tutti i protagonisti.
Assaf è un giovane che prende in affido un cane di nome Dinka. Il suo scopo è quello di rintracciare una ragazzina di sedici anni, Tamar, che era la padrona del cane e che poco tempo prima era rimasta vittima di una banda di sfruttatori, in grado di gestire il racket dei cantanti di strada di Gerusalemme. Proprio lungo le strade di Gerusalemme si evolve l’affannosa ricerca di Tamar da parte di Assaf.
Recensione
Il mercato distributivo italiano ci ha messo due anni a ricordarsi dell’esistenza di Qualcuno con cui correre di Oded Davidoff. Il film ha avuto già una sua storia. E’ passato, con successo, alla 38° edizione del Giffoni Film Festival (e in diversi eventi internazionali) e in patria già da lungo tempo è fruibile tramite dvd. Insomma, non è mai troppo tardi per scoprire il cinema israeliano, cinema che gode di ottima salute (artistica) ma che stenta a trovare spazio nel nostro paese, se pensiamo che le opere di Shlomi e Ronit Elkabetz o il penultimo film di Amos Gitai (Disengagement) non hanno mai trovato ospitalità nella sale italiane, nonostante le ottime accoglienze nei maggiori festival nazionali e internazionali.
Il fatto è che Qualcuno con cui correre è tratto da un romanzo di David Grossman, scrittore sotto contratto (in Italia) con Mondadori che gode di gran fama nel nostro paese. Quindi il film di Davidoff rappresentava un ghiotto, ulteriore, veicolo di promozione dell’opera di Grossman. E, infatti, chi distribuisce l’opera filmica? Niente di più semplice: Medusa, società appartenente allo stesso Gruppo industriale della Mondadori.
Bolt è un supercane: il padre scienziato della sua padroncina Maggie lo ha potenziato al fine di difendere la ragazza dai malefici sicari dell’uomo dall’occhio verde. Dotato di sguardo laser, super latrato e mille altre risorse il giovane cane Bolt affronta ogni giorno le più incredibili avventure. Ma la sua sfida più grande sarà riuscire a fare ritorno a casa una volta ritrovatosi fortuitamente catapultato nel mondo reale che sta fuori allo studio televisivo in cui è rinchiuso fin da cucciolo …
Nei primi trailer diffusi dalla Disney il plot del film era subito svelato. Il cane Bolt vive un suo personale Truman Show e il ritorno alla realtà gli costerà ogni sorta di peripezia. La grande attesa rotta solo dall’anteprima mondiale della pellicola - che si è tenuta lunedì scorso nella sala del Museo Nazionale del Cinema di Torino - non si doveva quindi allo svelamento della trama del cartoon, divertente e prevedibile come da marchio disneyano, ma al fatto che Bolt è una delle prime grandi produzioni hollywoodiane ad essere stato realizzato in 3D. Anzi, la Disney l’ha detto in modo chiaro a tutto il pianeta: attrezzate le vostre sale, perché entro pochi anni non produrremo altro che animazione a tre dimensioni. E la rivoluzione dovrebbe riguardare anche i film con attori in carne e ossa…
Clayton è un giovane rampollo di una famiglia newyorkese ricchissima, è bello, innamorato, ha una bellissima fidanzata… in pratica ha tutto, ma soffre di un grave problema cardiaco, e deve essere operato per avere qualche chance per andare avanti. Convinto dal suo amico e chirurgo Jack Harper, a farsi operare da lui, Clayton si sposa la sera prima dell’operazione all’insaputa della madre, e la mattina all’alba si sdraia sul tavolo operatorio, ma qualcosa non sta andando come dovrebbe…
Awake si presenta come un thriller di discendenza chrictoniana (Coma Profondo, del 1978, con Richard Widmark nel ruolo del primario assassino), abbastanza indeciso se orientarsi verso la commedia fantastica borghese (una condizione dell’aldilà come salotto piacevole ed elegante, dove idealmente dirsi tutto) o verso il complotto omicida. Ma soprattutto molto ovattato da un’ambientazione e una recitazione un po’ disneyane, dove, malgrado congiure e trapianti, tutti sono morbidi e sereni, o almeno sembrano tali. E su questo punto il film punta tutto: creando una prima parte tutta buonista e benefattrice, che poi capovolge nella seconda, dove nulla è come sembra. Però, anche se le intenzioni sono buone e la sceneggiatura serve in un piatto d’argento il colpo di scena, il risultato finale è un po’ troppo confezionato e privo di sfumature.
Proprietario di un albergo a Cortina, il vedovo Massimo Bondi (sic) ha un figlio, Matteo, che vive a Miami. Quando questi gli annuncia che la sua compagna sta per avere un figlio, decide di partire per raggiungerlo insieme alla figlia e al fratello. Giunti in America, Massimo si scatena in una serie di gaffes con la futura consuocera mentre intanto l’amore tra Matteo e Barbara rischia di essere compromesso da un evento inatteso.
Recensione
Perdonateci la seriosità e il moralismo, ma anche Shakespeare e Omero (non parliamo poi di Dante) sono stati influenzati e infastiditi dagli eventi del loro tempo. Ma forse non è un caso che il paese capace di lanciare il 14 novembre 2008 un film come La fidanzata di papà sia lo stesso che il giorno precedente ha pronunciato la vergognosa sentenza sui fatti del G8 di Genova. Suvvia, non staremo attribuendo troppo valore a un filmetto come tanti? Non sarà casomai il risultato dell’Italia attuale piuttosto che una delle cause? Può darsi. E’ vero infatti, come diceva Moravia, che Cristo non si è mai scandalizzato ma concedetecelo almeno stavolta. Tanto i cinepanettoni di natale spravvivono, anzi raddoppiano, triplicano, proliferano e infettano. Per la gioia dei De Laurentiis, Medusa e i loro servi che sostengono che film del genere contribuiscono a sostenere il cinema italiano, un po’come i negozi di souvenir mantengono in vita il British Museum. Il modello super market applicato al cinema per adesso produce l’omologazione su un modello piuttosto basso, ma aspettiamo fiduciosi.
Los Angeles, anni ’20: Christine Collins, dopo il rapimento e la ricomparsa di suo figlio Walter, sostiene che il bambino riconsegnatole dalla polizia non è il suo. Fermamente intenzionata a scoprire cosa sia successo veramente a suo figlio, Christine, con l’aiuto del reverendo Briegleb, decide di portare avanti le sue ricerche, scontrandosi però con le autorità locali che non accettano di essere sfidati e contestati da una donna.
Recensione
Da Gli spietati fino a quest’ultimo Changeling Eastwood ha dimostrato di essere, ancora una volta, l’unico grande erede della più alta tradizione cinematografica statunitense, quella di Ford ed Hawks, quella del rigore stilistico e civile, dell’impegno, del cinema come grande lezione etica e morale. A ciò si aggiunge lo sguardo straordinariamente acuto e compassionevole, lo stile asciutto ed essenziale, un’impostazione classica e maniacale. Così come la perfetta e mai agiografica ricostruzione storica degli anni della Grande Depressione in Changeling, dramma psicologico e civile basato su un reale fatto di cronaca che scosse i vertici dell’amminstrazione della Los Angeles anni ’30. Eastwood offre ad una straordinaria Angelina Jolie il ruolo della vita, madre tenace ed indomita, magra e tosta come fil di ferro, lacerata da un dolore sempre misurato, ma profondo ed inestinguibile. La perfetta direzione degli attori fa da sponda ad un’ambientazione impeccabile in cui ogni minimo dettaglio risulta curatissimo, sottolineato dalla bella colonna sonora acustica scritta dallo stesso regista che si rivela anche eccellente compositore.
1963. Nel quartiere antico di Genova, tra il porto e i carruggi che si intrecciano uno nell’altro vivono tre uomini: Carlo, un pappone per caso, Bernard un ex partigiano malavitoso legata al Clan dei Marsigliesi, Salvatore un ex carcerato sardo che si innamora di una bella prostituta. I tre devono mettere a segno il colpo che li sistemerà per la vita e invece qualcosa andrà storto. E poi Carlo si innamorerà di Maritza, una puttana che gli ha fatto perdere la testa e la ragione.
Recensione
Punto primo. Molto ingenuamente pensavamo di andare a vedere le avventure de “il tipo strano quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano”, oppure la vicenda della puttana di Via del Campo, quella che ha “gli occhi grandi color di foglia se di amarla ti vien la voglia basta prenderla per la mano”. E invece abbiamo assistito alla proiezione di un film che, a nostro avviso, poco o nulla ha a che fare con la poetica di Fabrizio De Andrè. Amore che vieni, amore che vai (meravigliosa canzone del grande cantautore genovese) è infatti anche il titolo di un lavoro di Daniele Costantini, ispirato al romanzo Un destino ridicolo, scritto da De Andrè in collaborazione con lo psicanalista Alessandro Gennari.
Anno 1968: mentre in mezzo mondo infuria la contestazione studentesca il giornale inglese Sunday Times indice la prima regata in giro per il mondo aperta solo a navigatori solitari, il Golden Globe Race. I partecipanti sono nove, tutti naviganti consumati tranne uno: Donald Crowhurst, piccolo businessman inglese che per risollevare la propria situazione e partecipare alla gara si indebitò gravemente. Divenuto inizialmente il paladino della stampa, che vedeva in lui una sensazionale storia giornalistica, Crowhurst si rese presto conto che non sarebbe mai riuscito a completare la corsa. Cominciò così a segnalare false posizioni via radio, nella speranza di poter ingannare i giornalisti e i commissari di corsa. Ma col passare del tempo, e nell’incapacità di mantenere credibile la sua storia, Crowhurst cominciò a scivolare nella follia, dando prima segni di squilibrio mentale e poi suicidandosi, probabilmente per paura di essere smascherato dai media e dalla sua famiglia.
Recensione
Sarebbe stato bello che fosse Werner Herzog a raccontare la storia di Donald Crowhurst, un uomo il cui destino ricorda quello di alcuni documentari (Grizzly Man su tutti) del grande regista tedesco. Quella del protagonista è infatti una straordinaria storia moderna di illusioni individuali, menzogna e caduta rovinosa. Il documentario Deep Water rinnova così un tema dalle radici antiche quanto Prometeo: quella dell’illusione individuale di grandezza, punita in questo caso dalla realtà più che dalle divinità. Grazie agli interventi di giornalisti e familiari del protagonista (molto toccante l’intervista con la vedova) i due registi hanno ricostruito con successione lineare gli eventi che portarono alla morte di Crowhurst, dalle speranze prima dell’imbarco, ai primi segni di cedimento fino al delirio finale. E’ la storia di una gigantesca sconfitta narrata con simpatia per lo sfortunato eroe che tentò dapprima di fuggire alla realtà ma che poi, una volta in pieno oceano, messo di fronte all’alternativa di tornare ed essere umiliato oppure proseguire ma morire, scelse la seconda.