|
Nell’ambito
del Master di Civiltà italiana insegnato all’Università della Manouba
(Tunisi), si è tenuta una conferenza sul tema dell’antifascismo
italiano in Tunisia, il 5 febbraio 2008.
La Professoressa Silvia Finzi,
docente di Civiltà italiana, ha iniziato la conferenza presentando le
due docenti venute da Napoli e indicando la complementarità delle loro
relazioni: partire dalle testimonianze orali e scritte degli
antifascisti, come pure dagli archivi, per poi allargare il discorso
collocando l’emigrazione italiana in Tunisia nel quadro molto più vasto
dell’emigrazione italiana nel mondo per studiarne le caratteristiche
che sono all’origine dell’antifascismo.
Lucia Valenzi1 ha
esordito con il rievocare i giovani antifascisti di Tunisi, le loro
origini e la loro formazione: erano spesso figli della borghesia
coloniale che decisero di rischiare tutto per aderire al Partito
Comunista Tunisino. Erano livornesi, ebrei, ma anche tunisini,
francesi, ecc..., come lo indicano i loro cognomi. Pur vivendo in
Tunisia, non c’era provincialismo nella loro cultura. Avevano fatto
studi superiori in Francia oppure in Italia, come ad esempio Loris
Gallico che aveva svolto studi di giurisprudenza a Firenze. Ebbero
quindi un’educazione aperta, molto spesso staccata dalla religione,
specialmente per gli ebrei come testimoniano nelle loro memorie Nadia
Gallico Spano e Ferruccio Bensasson. Le ragazze studiavano presso le
suore di Notre Dame de Sion, erano colte, di conseguenza s’impegnarono
consapevolmente, il che spiega che ci fu un nucleo di donne nel PCT.
Però
quelle famiglie coloniali erano desiderose di aumentare la loro forza
sicché alcuni padri aderirono al fascismo, in contrasto assoluto con le
scelte dei figli, contrasto spesso drammatico. Così Ugo Bensasson i cui
figli si erano impegnati tutti nell’antifascismo morì suicida in piena
guerra perché non sopportò il crollo del fascismo, cioè il crollo del
suo mondo.
Anche
se il gruppo dei livornesi era costituito di parenti (i quattro
fratelli e sorelle Gallico ad esempio), di apparentati e di amici, un
humus culturale li apriva verso l’esterno grazie alla ricchezza di
presenze diverse a Tunisi: era facile per i fuorusciti raggiungere la
Tunisia dove erano presenti da decenni anarchici e repubblicani
democratici come il dottore Nicolò Converti. Oggi nell’Archivio di
Stato a Roma si trovano nientemeno che 600 dossiers di antifascisti
italiani in Tunisia !
Così
queste varie tendenze convergevano per formare l’antifascismo italiano
in Tunisia. Pubblicavano giornali come “Il Domani” che richiederebbero
un’analisi dettagliata che fin’ora non è stata fatta.
All’inizio
fu solo una contestazione giovanile di fronte alla presenza dilagante
del fascismo che stava diventando padrone delle istituzioni italiane in
Tunisia: scuole, ospedale, banche, assicurazioni, associazioni.
Ovviamente lo sfondo del colonialismo giocò un ruolo importante perché
neppure esso era privo di violenza e di sopraffazione come il pogrom di
Costantina in Algeria. Fu decisivo per alcuni fra cui Maurizio Valenzi.
D’altra
parte a Tunisi vi era una barriera invisibile fra la città europea e la
medina. Ma il PCT consentiva di valicare questa barriera per assistere
ad incontri, a riunioni, quindi consentiva di unirsi. Come pure vi era
una divisione tra Tunisi e il resto del paese che fu superata grazie ai
contatti dapprima con i braccianti, poi con gli operai, ad esempio
quelli delle miniere di fosfati. Il sindacato CGTT ebbe
allora un ruolo notevole nelle lotte operaie, però aveva i suoi limiti
sicché certi sindacalisti s’impegnarono nella lotta politica come
Ferruccio Bensasson.
Ma
l’assassinio di Giuseppe Miceli, giovane falegname sindacalista e
comunista, avvenuto il 20 settembre 1937 a Tunisi, segnò una svolta
nella loro militanza. Ferruccio Bensasson scrisse:” Con l’assassinio di
Giuseppe Miceli è morto il nostro dilettantismo”. Gli scioperi e le
reazioni che seguirono diedero riconoscimento al gruppo dei giovani
antifascisti italiani di Tunisia, il che impressionò fortemente il
Centro Estero del PCI stabilito a Parigi. Nel 1939 arrivarono a Tunisi
Giorgio Amendola e Velio Spano per prendere le redini del gruppo e
collegarsi con Parigi, il che permise loro di avere un’esperienza di
organizzazione che fu decisiva con lo scoppio della guerra.
Teresa Tomaselli2 è
poi intervenuta sul quadro più generale della storia dell’emigrazione
italiana, ricordando che la Tunisia era una meta tradizionale e
rilevante. Benché ci fossero delle colonie italiane, gli italiani non
andavano né in Libia né in Africa orientale.
La collettività italiana di Tunisia era una delle poche nel mondo a conservare la propria nazionalità e
ad avere le proprie istituzioni: ospedale, scuole, camera di commercio,
nonché banche e assicurazioni. La Tunisia era quindi a metà strada fra
paese migratorio e colonia. È raro trovare un paese in cui ci siano
tutti gli aspetti dell’emigrazione, una complessa fisionomia che rese
più complicata l’opera del fascismo. Non ci fu mai una fascistizzazione
completa malgrado lo sforzo imponente del regime fascista di Roma.
Negli anni Venti le resistenze furono molte perché esisteva una
tradizione democratica negli ambienti italiani in Tunisia,
contrariamente all’America, per esempio, dove il fascismo divenne la
prima organizzazione degl’italiani. Tuttavia anche in Tunisia si
cedette a poco a poco al fascismo dapprima per un sentimento di
italianità esasperato dalle naturalizzazioni volute dal protettorato
francese, poi per l’azione dell’OVRA.
In
un primo tentativo di organizzare l’opposizione al fascismo, Giulio
Barresi fondò la LIDU (Lega Italiana dei Diritti dell’ Uomo). Poi a
metà degli anni Trenta, la situazione internazionale cambiò con la
svolta del Komintern, il Fronte popolare in Francia e la Guerra di
Spagna. In quel contesto, la LIDU creò “L’Italiano di Tunisi”, giornale
molto importante perché evidenziava una forte tensione unitaria: esso
indicava un’apertura sin dall’inizio, proponendo una ipotesi di
collaborazione con tutti. Per contrapporsi all’italianità fascista,
fatta tutta di romanità, “L’Italiano di Tunisi”
elaborava una nuova dimensione d’italianità che affondeva le sue radici
sia nelle lotte del Risorgimento la cui figura simbolo era quella di
Garibaldi, che nelle lotte del popolo per la libertà. In tal senso,
Maurizio Valenzi scrisse, dopo l’assassinio dei fratelli Rosselli a
Parigi, che Giacomo Matteotti (assassinato nell’estate 1924), Antonio
Gramsci (morto il 27 aprile 1937 a Roma dopo anni di carcere) e Carlo
Rosselli (assassinato insieme al fratello Nello l’11 giugno 1937 a
Parigi) rappresentavano tre diverse forze politiche e perciò erano le
tre figure fondanti della nuova identità italiana. In questa lista va
annoverato un italiano di Tunisi: Giuseppe Miceli, assassinato a Tunisi
il 20 settembre 1937.
Nel
1938 avvenne la cosiddetta “gazzarra di Montecitorio”, discorso durante
il quale Ciano parlò delle “frontiere naturali” dell’Italia fra cui
includeva la Tunisia. La conseguenza fu la rottura del patto
Laval-Mussolini. Dal canto suo, il gruppo dei giovani antifascisti
dichiarava che quella politica nuoceva gravemente agli interessi della
collettività italiana di Tunisi e creò “Il Giornale” che, con grande
lucidità, denunciò la politica aggressiva fascista. Pensavano che
l’unità fosse una soluzione per superare i problemi di fronte alla
guerra incombente.
Questo appello all’unità rimane fra i valori fondamentali tramandati dagli antifascisti.
Danielle Laguillon Hentati
-----
1 Lucia Valenzi
è ricercatrice universitaria presso il Dipartimento di Discipline
Storiche della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli
Studi di Napoli Federico II, svolge l’insegnamento di Storia
Contemporanea nell’ambito del corso di laurea in Filosofia. Ha già
pubblicato parecchi libri di cui: “Piero Memmi dal Capo Bon alle lotte
contadine nell’Agro Nocerino-Sarnese”, Napoli, 1987, e “Qualcosa su mia
madre”, Regione Campania, 2007
2 Teresa
Tomaselli è docente di Storia e Filosofia nei licei classici e cultrice
della materia Storia contemporanea presso l’Università Federico II di
Napoli. Ha pubblicato per Guida Editori “Demografia e società in
Campania tra le due guerre”. E’ anche studiosa dei problemi demografici
e sociali della emigrazione, e vicedirettrice della rivista storica
«Samnium».
|