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19 mar 2007
Giornata di Dino BUZZATI all'Istituto Superiore Delle Lingue Di Tunisi PDF Stampa E-mail
lunedì 19 marzo 2007
buzzati1Preceduta il giorno prima dalla visione del film « Il Deserto dei Tartari » di Valerio Zurlini, curata dalla Prof.ssa Anna Maria Bottomei in un anfiteatro stracolmo di studenti, si è tenuta il 10 febbraio scorso all’Istituto Superiore delle Lingue di Tunisi (Università 7 Novembre) di El Khadra la Giornata Buzzatiana, in occasione del centenario della nascita del grande scrittore italiano.     

Sono state svolte due relazioni: dalla Prof.ssa Marie-Hélène Caspar, già docente di italiano all’Università di Parigi-Nanterre su “Buzzati giornalista in Africa: visione dell’alterità esotica”, e dal Prof. Ciro Gravier Oliviero, Dirigente Scolastico presso l’Ambasciata, su “Dino Buzzati: il tempo e l’attesa”.
Riportiamo il suo intervento.

IL DESERTO DEI TARTARI fu pubblicato in seconda edizione nel 1945. La prima edizione, del 1940, era stata in qualche modo travolta dalla guerra, di cui peraltro descriveva la spasmodica attesa. Dino Buzzati ne aveva fatto pervenire nel gennaio del 1939 il manoscritto a Leo Longanesi il quale, su segnalazione di Indro Montanelli, accettò di pubblicarlo – gli chiese tuttavia di cambiare il titolo originario «La fortezza», per evitare ogni allusione alla guerra imminente. Si viveva nella veglia perenne della fine del fascismo e, proprio mentre il libro era in stampa, la guerra scoppiò (invasione della Polonia da parte delle truppe naziste, 1° settembre 1939). L’Italia si dichiarò per il momento neutrale (entrerà in guerra accanto alla Germania nazista il 10 giugno 1940), ma nulla avvenne per lunghi mesi sul fronte occidentale, dove pure le truppe anglo-francesi avevano preso posizione al confine franco-tedesco in attesa del nemico: era “la drôle de guerre” (dichiarazione di guerra della Francia e del Regno Unito alla Germania, 3 settembre 1939 – attacco tedesco, 10 maggio 1940).
Diversamente dal film omonimo di Valerio Zurlini che colloca i fatti ai margini dell’Impero Austro-Ungarico e fornisce ai protagonisti una personalità ottocentesca, il romanzo volutamente situa gli eventi molto lontano nel tempo e, più ancora, nello spazio. Per quanto riguarda il tempo, una sola notazione, al cap. III: “C’era (nell’ufficio del maggiore Matti cui il tenente Giovanni Drogo si presenta al suo arrivo) un ritratto a colori del Re”, e apprendiamo subito dallo  stesso Matti che si tratta di “Sua Maestà Pietro III”1 . Siamo dunque nella Russia zarista di metà Settecento, in piena costruzione dell’Impero. I Tartari2  sono per definizione alieni, barbari, selvaggi, primitivi, crudeli: sono i pericolosi infidi imprevedibili nemici da non perder d’occhio un solo istante.
Il tenente Drogo giunge dunque alla Fortezza Bastiani che chiude e difende la frontiera. “Una frontiera che non dà pensiero. Davanti c’è un grande deserto”. “Un deserto?”. “Un deserto effettivamente, pietre e terra secca, lo chiamano il deserto dei Tartari”. “Perchè dei Tartari? C’erano i Tartari?”. “Anticamente, credo. Ma più che altro una leggenda. Nessuno deve essere passato di là, neppure nelle guerre passate” (cap. II); ma più avanti: “Non verrà nessuno, si capisce. Ma il signor colonnello comandante ha studiato le carte, dice che ci sono ancora i Tartari, dice, un resto dell’antico esercito che scorrazza su e giù” (cap. VII).
E’ ovvio, dunque, che la Fortezza sia collocata agli estremi confini dell’Impero e al limite del deserto. Alla sua partenza, il tenente Drogo “non sapeva neppure esattamente dove si trovasse, nè quanta strada ci fosse da fare. Alcuni gli avevano detto una giornata di cavallo, altri meno” (cap. I); solo dopo un interminabile viaggio, “a una lontananza incalcolabile, vide ... quella solitaria bicocca, quasi inaccessibile, così separata dal mondo” (cap. I), e quando l’ebbe finalmente raggiunta, in una prospettiva rovesciata, la città da cui era partito gli sembrò “relegata in un mondo lontanissimo” (cap. II).
Ci si aspetterebbe un’architettura militare maestosa e atta a pensieri e gesti di eroismo guerresco. Invece no: “Non era imponente la Fortezza Bastiani, con le sue basse mura, nè in alcun modo bella, nè pittoresca di torri e bastioni, assolutamente nulla c’era, che ricordasse le dolci cose della vita” (cap.II). Ciononostante, “Drogo la guardava ipnotizzato e un inesplicabile orgasmo gli entrava nel cuore” (cap. II).     
L’incantesimo ha inizio. Assume dapprima la forma del presentimento: “un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno” (cap. I), che retroattivamente potrebbe essere stata una speranza “Un presentimento – o era solo una speranza? – di cose nobili e grandi lo aveva fatto rimanere lassù” (cap. X).
E così comincia a trascorrere il tempo. “Mi sembra ieri che sono arrivato alla Fortezza” diceva Drogo, ed era proprio così. Sembrava ieri, eppure il tempo si era consumato lo stesso con il suo immobile ritmo, identico per tutti gli uomini... Nè adagio nè presto altri tre mesi erano passati” (cap. IX). L’ossimoro è particolarmente significativo e poetico. “Immobile” non è il tempo, immobile è Drogo che il tempo attraversa con il suo “ritmo” impercettibile (“nè adagio nè piano”) ma non per questo meno reale (“altri tre mesi erano passati”). Allo stesso modo, quindici anni dopo, Drogo si accorgerà che “il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito ad invecchiare” (cap. XXV). “Non invecchiare” vuol dire essere rimasto bloccato nei sogni di un’adolescenza infertile (“la spensierata età della prima giovinezza”, cap. VI), in una visione unica, in una sola idea fissa, “in un’attesa fiduciosa” (cap. VI), non essere cresciuto, non aver fatto esperienze, non essere diventato saggio. Ed è così che si ritroverà, frustrato ed inutile, dopo altri quindici anni: “lui... che da più di trent’anni si era nutrito di quell’unica fede...” (cap. XXVIII). “Era rimasto fermo ad aspettare”  (cap. XI).
L’iniziale ipnotico “immobile ritmo” del tempo finisce con l’assumere le caratteristiche di una fuga irreparabile: “proprio quella notte cominciava per lui l’irreparabile fuga del tempo” (cap. VI). L’espressione richiama, è anzi interamente ricalcata sul celebre verso di Virgilio (Georg. III, 284) “Sed fugit interea fugit irreparabile tempus” - cui fa eco sconsolata l’ “Eheu fugaces labuntur anni” di Orazio (Odi, II, 14, 1) - dove “irreparabile” significa letteralmente “che non può essere riafferrato”. E’ esattamente quello che avviene: “Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza ... ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga” (cap. XI). Ci si immagina di avere tanto tempo davanti (“Quanto tempo davanti! Lunghissimo gli pareva anche un solo anno e gli anni buoni erano appena cominciati; sembravano formare una serie lunghissima, di cui era impossibile scorgere il fondo, un tesoro ancora intatto e così grande da potersi annoiare”, cap. X), e improvvisamente ci si accorge di dovere ingaggiare una corsa senza fiato. Inizialmente “ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle, chiudendo la via del ritorno” (cap. VI), cancello che presto diventa “pesante”, viene rinserrato “con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare” (cap. VI). Poi viene il turno delle finestre (“Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure” finchè “le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse”, cap. VI), in attesa di diventare un’unica porta opaca e definitiva alla conclusione del romanzo. C’è un punto in cui questa corsa contro il tempo è espressa in termini molto suggestivi dal punto di vista linguistico, al cap. XXIV: “Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita...” Il primo verbo, “correva” è all’imperfetto, mentre il secondo “scandisce” è al presente. Ora, l’imperfetto è il tempo della duratività, ossia dell’azione considerata nel suo svolgimento (non importa se nel presente, nel passato o nel futuro), ed è anche quello della fiaba (C’era una volta..., Facciamo che io ero il re e tu la regina...), mentre il presente assume qui tutta la pregnanza dell’iterativo (il ritmo di cui si parlava). Pertanto, l’imperfetto “correva” è semanticamente oggettivo (pur nella coloritura fantastica) ed indica l’assoluta indiscutibile neutra realtà del trascorrere del tempo, quello esterno ed esteriore. Il presente “scandisce”, invece, è il battito interiore, soggettivo, dell’animo del protagonista: è il tempo intimo e sofferto di Giovanni Drogo. Il tempo trascorre, e Giovanni Drogo lo scandisce...

Ma ciò che intorpidisce l’animo e lo invischia. e tarpa le ali è la mala pianta dell’abitudine, che cresce al monotono ritmo del servizio “Abitudine era diventato per lui il turno di guardia... Abitudine erano diventati i colleghi... Abitudine la mensa buona e comoda, l'accogliente camino del ritrovo ufficiali... Abitudine le gite fatte ogni tanto con Morel al paese meno lontano... Abitudine le sfrenate corse a cavallo su e giù per la spianata dietro la Fortezza... e le pazienti partite a scacchi, la sera... Abitudine erano per Drogo la camera, le placide letture notturne, la fessura del soffitto, sopra il letto, che assomigliava alla testa di un turco, i tonfi della cisterna, col tempo diventati amici, la fossa scavata dal suo corpo nel materasso, le coperte..., il movimento, oramai eseguito istintivamente nella lunghezza esatta, per spegnere la lampada a petrolio o mettere il libro sul tavolino... Abitudine lo scricchiolio della porta nei periodi di pioggia, il punto dove soleva battere il raggio di luna entrato dalla finestra e il suo lento spostarsi col passare delle ore, il tramestio nella stanza sotto la sua, ogni notte, alle una e mezzo in punto... Tutte queste cose erano oramai diventate sue e lasciarle gli avrebbe causato pena. Drogo però non lo sapeva... Così si svolgeva alla sua insaputa la fuga del tempo” (cap. X)

L’altro elemento che appiattisce fin quasi alla stupidità e all’abbrutimento è il Regolamento, cui tutto deve inchinarsi e sottostare.
Quando il tenente porta il suo cappotto di città dal sarto del reggimento, si sente dire: “La moda ha da essere ilbuzzati2b regolamento, e il regolamento dice: ‘il collo del mantello stretto al collo, foggiato a cintura, alto centimetri sette” (cap. VII).
Un lungo discorso è quello che tiene Tronk per mettere in discussione lo scarto dal regolamento circa l’uso della parola d’ordine (cap. V), e sarà purtroppo questo scarto la causa della morte del soldato Lazzari che si era allontanato dal plotone fuori della Fortezza per catturare il misterioso cavallo nero (cap. XII): il soldato è ucciso dalla sentinella che pure lo aveva riconosciuto (“un fucile aveva sparato – con la sua carica di polvere prescritta e la pallottola di piombo di trentadue grammi”, cap. XIII).
Allo stesso modo viene impartito l’ordine      
scritto di non ricorrere “a strumenti ottici non contemplati dai regolamenti” (cap. XXIII) e quindi sarà consegnato il cannocchiale con cui Simeoni e gli ufficiali stavano da giorni tenendo d’occhio il movimento dei nemici lontanissimi e quasi impercettibili in fondo al deserto. Il colmo sarà raggiunto quando, con i Tartari ormai alle porte, gli ufficiali “con gli occhi accesi di febbre” attendono  dal comandante colonnello “il formale annuncio che erano giunti i nemici” (cap. XIV), come se il fatto puramente e semplicemente non esistesse fino a che non è formalmente dichiarato dai superiori!

La modalità preferita da Buzzati per battere letterariamente la scansione del tempo che passa nell’attesa eterna di un avvenimento che non si verifica, è la tecnica del verso formulare con cui sono concepiti i poemi omerici. Studiati per la prima volta da Milman Parry e messi da Albert Lord e Gregory Nagy in relazione alla struttura dell’esametro e quindi in rapporto alla primavoltità e alla ripetizione (creazione e performance), un verso formulare può essere didatticamente presentato e volgarizzato in una formula come: “Ettore. Ettore è morto. Si, Ettore è morto. Morto è Ettore, l’eroe...”. Si tratta o di ripetizione dell’identico, come i tic linguistici di Ortiz (“effettivamente”, “senò”, “forse”) e di Matti (“onestamente”), o come proposizioni e frasi (“Non saranno i Tartari, no ... ma soldati certamente sono ... Soldati certamente sono. Ce n’è a cavallo e a piedi”, cap. XIV; “... e credette di essere morto... Credette di essere morto e che Dio gli avesse perdonato. Credette di essere morto, Prosdocimo, e non si muoveva”, cap. XIV), o sotto forma di inversione (“Qualcuno diceva che ce n’erano a piedi e a cavallo... Così diceva qualcuno”, cap. XIV), oppure di ripetizione con leggera modifica (“Era l’ora delle speranze. E lui ritornava a meditare leeroiche fantasie... Era l’ora delle speranze e lui meditava le eroiche storie che probabilmente non si sarebbero verificate mai...”, cap. XII; “rivoli di sudore scendevano dal bordo del berretto ... rivoli di sudore fluivano dal bordo del berretto...”, cap. XV; “Disturbi di fegato, diceva il dottor Rovina ... Disturbi di fegato aggravati da esaurimento generale, diceva il medico”, cap. XXVII).

Di questa ripetitività sono affetti e partecipi non solo gli esseri umani, come è ovvio (“E se per una stradetta ... avanzasse una bella ragazza, e quando ci si passa vicino a cavallo lei salutasse con un sorriso.... E se a un davanzale ci fosse una bella ragazza e quando ci si passa soto lei salutasse ... lei salutasse amichevolmente con un bel sorriso?”, cap. XVII), ma anche gli animali (“Il cavallo batteva a intervalli le unghie sul terreno in modo antipatico e strano”, cap. II; “Drogo guardava sulla polvere della strada l’ombra netta dei due cavalli, le teste che facevano sì sì ad ogni passo”, cap. II), e le stesse cose (“Ban! Un respiro di vento nel corridoio fece sbattere la porta malamente ... Ban! Fece nuovamente la porta, agitata dalla corrente”, cap. XXVII).

Fra gli esseri umani i più ricorrenti, in questa fattispecie sono le sentinelle, sia nel loro andare silenziosi (“Simili a moto pendolare, esse scandivano il cammino del tempo, senza rompere l’incanto di quella solitudine che risultava immensa”, cap. II), sia nel rimandarsi la voce di allerta (“Sentiva ad intervalli sopraggiungere da lontano quel grido. “Aè...aè...aè...” ... Drogo lo udiva ancora avvicinarsi, a passi lenti ed uguali, “aè...aè...aè...”, cap. VI), sia, soprattutto, al momento grave, solenne e fatale del chivalà (“Poi gridò: “Chi va là, chi va là?” “Chi va là, chi va là?” ripetè la sentinella ... ma si rasserenò al secondo “chivalà” ... cercando di ritardare al possibile il terzo “chivalà”. “Chi va là, chi va là?” gridò la terza volta la sentinella ... Ma la sentinella non era più il Moretto, era semplicemente un soldato con a faccia dura ... Ma la sentinella non era più il Moretto ..., era soltanto una sentinella della Fortezza...”, cap. XII).

Fra le cose, invece, la più significativa è l’acqua. Dapprima quella distante nel buio delle montagne incombenti (“Solo di tanto in tanto arrivava suono di acque lontane”, cap. II), poi quella della borraccia attaccata alla sella (“e si sentiva l’acqua dentro che faceva cioc cioc”, cap. II), e infine quella che scende goccia a goccia come lo stillicidio di una clessidra dall’inizio alla fine del romanzo (“Poi, vicino, un flaccido “ploc” d’acqua, che si propagò per i muri ... In quel punto si udì un secondo “ploc”, cap. IV; “Ploc”, eccolo ancora l’odioso suono...”, cap. XXVIII). Eppure l’acqua (ma questo può dirsi anche di tutte le altre cose) tenta un dialogo con gli esseri umani, senza mai riuscirci:  “Era l'acqua ... la quale parlava parlava: parole della nostra vita, che si era sempre a un filo dal capire e invece mai” (cap. X). Gli oggetti, le cose, la Natura, l’Universo, tutto intorno a noi cerca il dialogo con noi, parlando la nostra lingua, ma noi non riusciamo mai a comprendere. “Toc, batte il cuore in petto” (cap. X): al “ploc” delle cose la nostra risposta è “toc”, un suono apparentemente simile, ma in realtà assolutamente opposto. Il nostro toc è il cuore che batte nel petto. Capire con la mente, con l’intelletto, con la ragione, con il logos non si può: si può solo rispondere con le emozioni, i sentimenti, l’irrazionalità, l’inconscio. Si assiste qui ad un classico rovesciamento della norma. Ci si aspetterebbe di trovare la razionalità nell’Uomo e la spontaneità nella Natura, e invece è la Natura che “parla le parole della nostra lingua”, mentre è all’Uomo che “batte il cuore in petto”. La poetica di Buzzati è quella del neorealismo intimo e psicologico.

Una simile poetica non può evidentemente prescindere dal tema del sogno. E così, nel Deserto assistiamo ad uno stesso sogno che si ripete tre volte.
E’ dapprima il sogno premonitore di Drogo: “Egli era tornato bambino e si trovava di notte al davanzale di una finestra ... avevano intanto cominciato a fluttuare fragili parvenze, simili a fate forse, che si trascinavano dietro strascichi di velo, rilucenti alla luna ... Ma ecco una di quelle magiche creature aggrapparsi al bordo della opposta finestra con una specie di braccio e battere il vetro discretamente come per chiamare qualcuno. ... Con gesto stanco l'amico invece aprì la finestra e si chinò verso lo spirito appeso al davanzale come se fosse con lui in dimestichezza e volesse dirgli una cosa. ... A un lungo viaggio ... doveva servire la portantina, e non sarebbe ritornata prima dell'alba e neppure la notte successiva né la terza notte, né mai ... I fantasmi... non erano dunque venuti a giocare coi raggi della luna, non erano usciti, innocenti creature, da giardini profumati, ma provenivano dall'abisso... Angustina ... scavalcò il davanzale ... e si sedette nella portantina ... Il grappolo di fantasmi si disciolse in un ondeggiamento di veli, la fatata carrozza mosse dolcemente per partire... L'amico morto volse allora finalmente il capo ... Ma il volto di Angustina lentamente si apriva a un sorriso di complicità, come se Drogo e lui potessero capire molte cose sconosciute ai fantasmi” (cap. XI). Si apre qui uno spazio immenso per l’interiore visitazione poetica in quel “capire molte cose sconosciute ai fantasmi”: quali fantasmi, cosa intendere per fantasmi, quali cose sono ad essi sconosciute, quali cose ad essi sconosciute possano essere capite, in quali circostanze possano esserle, e da chi...
Lo stesso sogno ricompare nella descrizione della morte reale di Angustina, rappresentato dall’esterno, come potevano vederlo gli altri, e quasi contestualmente dall’interno, come si vedeva lui o, più esattamente, come e cosa vedeva lui: e vedeva di nuovo il sogno. “Sulla cresta ancora si scorgeva il dondolante riflesso dell'altrui lanterna che si allontanava; lo potevano ancora vedere. (E alla finestra del meraviglioso palazzo ecco un'esile figura: lui Angustina, bambino ... con gesto stanco aprì la finestra, chinandosi verso i fluttuanti spiriti appesi al davanzale, come se fosse con loro in dimestichezza e volesse dire una cosa.)... La schiena appoggiata a un sasso, il tenente si abbandonò con moto lento all'indietro, una sonnolenza strana lo stava invadendo. (E verso il palazzo nella notte di luna, avanzava per l'aria un piccolo corteo di altri spiriti che trascinavano una portantina...  Alla fine il capo degli spiriti gli rivolse un gesto imperioso e Angustina, con la sua aria annoiata, scavalcò il davanzale e si sedette graziosamente nella portantina. La fatata carrozza mosse dolcemente per partire... Traendolo via la portantina, egli staccò gli sguardi dall'amico e volse il capo dinanzi, in direzione del corteo, con una specie di curiosità divertita e diffidente. Così si allontanò nella notte, con nobiltà quasi inumana. Il magico corteo andò serpeggiando lentamente nel cielo, sempre più in alto, divenne una confusa scia, poi un minimo ciuffetto di nebbia, poi nulla.)” (cap. XV).
buzzati3Viene infine la volta di Drogo, incontro al quale procede una carrozza, mentre tutto intorno si agita per il sopraggiungere dei Tartari: “Oggi verrà una magnifica carrozza a prenderti ... «Una carrozza a prendermi? Perché a prendermi?» «Ma sì, per venirti a prendere” (cap. XXVIII). La fatata portantina diventa un’anonima seppur magnifica carrozza, e i fluttuanti spiriti dei fantasmi diventano ombre sospette (“negli angoli e sotto i mobili si accumulavano ombre sospette”, cap. XXX). E’ allora che “dai fondi recessi uscì limpido e tremendo un nuovo pensiero: la morte” (cap. XXX). “Nuovo” pensiero nel senso latino di “ultimo”, che infatti si ritrova subito dopo: “Avanzava contro Giovanni Drogo l’ultimo nemico. Non uomini simili a lui ... ma un essere onnipotente e maligno” (cap. XXX). “Nuovo” nel senso di “ultimo”, come “ultimo” nel senso di “primo, unico”: ancora un capovolgimento semantico che induce ad uno stordimento psicologico e ad un’attonita metafora. L’ultima battaglia è l’unica combattuta e da combattere, inevitabile, irrifiutabile, irrespingibile, solo a solo, senza altri accanto e forse senza eroismo. Drogo giunge finalmente ad accorgersi che qui finisce la fuga del tempo, “come per rotto incanto” (cap. XXX). “Coraggio, Drogo, questa è l’ultima carta... E subitamente gli antichi terrori caddero, gli incubi si afflosciarono, la morte perse l'agghiacciante volto, mutandosi in cosa semplice e conforme a natura. Il maggiore Giovanni Drogo... fece forza contro l'immenso portale nero e si accorse che i battenti cedevano, aprendo il passo alla luce... La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento ... Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto... dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride”. (cap. XXX)

Il deserto dei Tartari è in realtà il deserto della vita umana. Attraverso la quasi anonima storia di un singolo individuo, un personaggio in cui ognuno potrebbe riconoscersi, specialmente se la propria vita trascorre (o è trascorsa) nell'attesa di un "riscatto", di un'occasione, Buzzati intende affrontare il tema delle aspettative mancate. Dietro l'ordinarietà si cela il tedio esistenziale che si prova quando i sogni si infrangono contro l'impenetrabile barriera del reale, e la riflessione sulla solitudine intesa e vissuta come un atteggiamento dello spirito che, presa coscienza dell'assurdità del destino, si rifugia in se stesso. La morte è dunque l'unico traguardo certo, la sola "occasione" possibile, e diviene perciò la prova più ardua, la suprema missione, da affrontare con quanto può restare di dignità.

In una struggente poesia, Buzzati concluderà:
“Uomini,
voi andate a dormire
e avete anche il coraggio di sbarrare le persiane.
Nel frattempo le nubi bianche
spinte dal vento
attraversano il cielo,
meravigliose, una diversa dall'altra, migliaia.
La luna le illumina dall'alto, le trasforma in sogni.
Ma voi dormite nella tana del diciannovesimo piano,
vederle non potete”.
Ciro Gravier Oliviero      
ciro firma

1 Sa come ha detto Sua Maestà Pietro III ?  “La Fortezza Bastiani  sentinella della mia corona” . Pietro III fu l’effimero zar del 1762, cui successe la grande Caterina II. 
2 Il loro nome originario è « Tatari » : in Occidente lo si mutò in Tartari più assonante al vocabolo Barbari
 
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